di Alex Tamburini

Bratislava – Il mondiale di hockey è senza dubbio un evento basato sull’aggregazione. Una kermesse che si ripete ogni anno a primavera inoltrata, dove i tifosi colorano piste e città ospitanti mescolandosi in allegria tra spalti, strade, fans zone e ritrovi pubblici. Una festa, in allegria, da raccontare parallelamente all’avvenimento sportivo. Salvo rare eccezioni (Riga nel 2006 o Minsk nel 2014 di recente), due città ospitano il mondiale, seguito a livello mediatico in 165 paesi con – a livello televisivo – oltre 1,2 miliardi di contatti accumulati sull’arco del torneo in 8000 ore di diffusione. La sala stampa di Bratislava ospita circa 400 accreditati a livello mediatico, fotografi, giornalisti della stampa scritta, multimediale, radiofonici o televisivi, cameraman, produttori di emissioni sportive, addetti stampa e opinionisti (tra i quali capita di incrociare volti noti del mondo dell’hockey mondiale). L’aggregazione diventa anche a livello lavorativo un emozionante crogiolo di confronto con altre realtà, internazionali; anche però un luogo dove la stampa svizzera e quella ticinese vive “gomito a gomito”. Le varie redazioni si uniscono tramite i loro inviati, tra i ritmi dettati dalle agende sempre più blindate dalle Federazioni (la Svizzera in questo offre una disponibilità ed elasticità notevole), collaborano, si confrontano e uniscono anche fuori dalla pista, dal lavoro. Il Ticino è rappresentato da una decina di inviati, la cifra varia come le dinamiche di comunicazione che evolvono, dallo storico inviato del GdP e della stampa scritta sempre più ridotta si è passati all’aumento del multimediale, vuoi per la RSI, vuoi per portali come HeShootsHeScoores. Non cambia, a prescindere dalle firme, le voci, i volti, quello spirito di aggregazione che in simbiosi all’evento si crea anche tra i “narratori” dell’evento per la nostra terra. Ed il prossimo evento, in Svizzera, avrà un sapore particolare. Non si racconterà e vivrà una realtà che si scopre anche attraverso musei, geografia, lingue straniere o fermate dei mezzi pubblici da interpretare tra mappe da scoprire e decifrare; saremo noi svizzeri, anche noi ticinesi, a ospitare i colleghi stranieri, cambiando le lenti di lettura dell’evento. Occhiali diversi, ma non quella dinamica – imprescindibile – di aggregazione che contribuisce ad avvicinare lettore, spettatore, ascoltatore, alla festa mondiale dell’hockey.

di Marzio Mellini

Alcune associazioni regionali si dicono in difficoltà e hanno chiesto aiuto. Sportpress ribadisce il proprio ruolo (che non è quello di risolvere problemi interni) e suggerisce l’idea di una fusione per tamponare l’emorragia di affiliati e di colleghi disposti a entrare in comitato
In occasione dell’assemblea dei delegati di Gienvra dello scorso novembre, le Sezioni di Argovia, Basilea campagna, Basilea Città, Bienne Seeland, Giura e Soletta hanno sollecitato Sportpress.ch affinché studiasse delle soluzioni volte a migliorare la situazione di crisi in cui versano le suddette associazioni, che lamentano – come molte altre, del resto – la disaffezione dei soci, lo scarso riscontro nei colleghi più giovani, il calo dei tesserati e le difficoltà nel convincere i colleghi a entrare in comitato assicurandone la continuità.
In risposta a tale richiesta, Sportpress ha analizzato la situazione e deciso di invitare tutte le Sezioni a fare il punto sulle questioni sollevate dai firmatari. Ne è uscito un quadro abbastanza preoccupante, anche se non si tratta di problemi nuovi, bensì di questioni aperte da tempo. Posto che da alcune Sezioni sono comunque giunte notizie confortanti (buon numero di soci, situazione finanziaria a posto).
Raccolte le informazioni del caso, Sportpress ha inviato un documento in cui da un lato si spiega chiaramente che non è compito dell’associazione cappello risolvere problemi interni alle singole Sezioni, le quali sono chiamate a chinarsi sulle rispettive difficoltà apportando i correttivi che meglio credono ; d’altro canto, però, in quanto rappresentante di tutte le Sezioni, Sportpress ha voluto dare un paio di suggerimenti. È stato soprattutto chiesto di prendere in considerazione l’idea di una fusione tra Sezioni in difficoltà, ragionando in termini più ampi rispetto a quanto si è sempre stati abituati a fare in passato. Una fusione è consentita dagli statuti, Sportpress non solo non la potrebbe impedire, bensì la caldeggia, se dovesse essere utile ad associazioni la cui sopravvivenza è in pericolo.
I firmatari della presa di posizione che ha ‘scatenato’ il dibattito’ hanno rispedito al mittente la proposta di Sportpress, ritenendola affrettata, superficiale e non rispondente alle richieste avanzate. Sportpress, dopo aver ribaduto che le Sezioni godono di ampia libertà, ha stigmatizzato il fatto che la proposta di una fusione sia stata scartata a priori (la sensazione, più che una sensazione, è che in ballo vi siano personalismi che prevaricano il bene stesso delle Sezioni coinvolte).
La discussione è aperta, il tema sarà trattato in occasione dell’assemblea dei presidenti del 25 ottobre prossimo.

di Paolo Galli

Il Premio Giuseppe Albertini ha raggiunto uno statuto per il quale il suo valore neppure andrebbe più spiegato, o definito. Certo va mantenuto. O forse addirittura rilanciato. Molto però, in questo senso, dipende dalla sostanza del premio stesso, dalle possibili sue destinazioni. Perché al centro di tutto c’è il calcio, quello vero. Da lì devono svilupparsi i talenti a cui poi poter affidare il Premio, il suo prestigio, la sua futuribilità. Dal calcio vero e per il calcio vero. Un talento, parafrasando il noto cantante, lo vedi dal coraggio, a volte, dalla fantasia, altre. In certi casi le due qualità viaggiano a braccetto. E allora, in quei casi, si capisce di essere di fronte a un possibile campione, o quantomeno a un possibile giocatore da nazionale maggiore. Spesso l’ATGS è passata anche da lì, da quel genere di giocatori. A volte invece si è lasciata tentare dalle scommesse, più o meno improbabili. E se un anno la scommessa la vinci, l’anno dopo magari anche no. Quelle vinte sono le più belle, certo, perché permettono allo scommettitore di credere di avere davvero un intuito speciale e lo spingono ad andare oltre, a piazzarne un’altra. Un’altra scommessa. Già. Ma i talenti, persino quelli dotati del binomio coraggio-fantasia, non sempre poi esplodono, a volte si ritrovano ad avere a che fare con un intoppo fisico, delle scelte sfortunate, proprie o altrui, oppure semplicemente arrivano in ritardo. Il Premio Giuseppe Albertini quest’anno ha deciso di non piazzare scommesse, ma anche di non aspettare il proprio eventuale destinatario, pur vedendo doti qua e doti là. Un anno di pausa – ne siamo sicuri – non gli toglierà valore, anzi potrebbe persino giovargli. Anche perché il prestigio non si basa sulla quantità, bensì sulla qualità degli elementi che si succedono a determinarlo. Elementi e qualità che potrebbero ritrovarsi frenati dalle recenti (ma non nuove) liti di campanile, con forze che qualcuno evita di far convergere. Piuttosto le disperdono, le buttano via, spendendo soldi ed energie in nome della propria bandiera, delle proprie convinzioni. Ma non per forza per il bene dei giovani, checché se ne dica. Se in questo preciso momento storico non ci sono giocatori ticinesi da nazionale, be’, allora qualche limite la struttura potrebbe anche averlo. Giusto spenderci perlomeno una riflessione. Giusto evitare scommesse allora, almeno per quest’anno, anche e proprio per il bene del Premio.

Nella foto: Valon Behrami, uno dei calciatori ai quali in gioventù era stato assegnato il Premio Giuseppe Albertini.