di Paolo Galli

Il Premio Giuseppe Albertini ha raggiunto uno statuto per il quale il suo valore neppure andrebbe più spiegato, o definito. Certo va mantenuto. O forse addirittura rilanciato. Molto però, in questo senso, dipende dalla sostanza del premio stesso, dalle possibili sue destinazioni. Perché al centro di tutto c’è il calcio, quello vero. Da lì devono svilupparsi i talenti a cui poi poter affidare il Premio, il suo prestigio, la sua futuribilità. Dal calcio vero e per il calcio vero. Un talento, parafrasando il noto cantante, lo vedi dal coraggio, a volte, dalla fantasia, altre. In certi casi le due qualità viaggiano a braccetto. E allora, in quei casi, si capisce di essere di fronte a un possibile campione, o quantomeno a un possibile giocatore da nazionale maggiore. Spesso l’ATGS è passata anche da lì, da quel genere di giocatori. A volte invece si è lasciata tentare dalle scommesse, più o meno improbabili. E se un anno la scommessa la vinci, l’anno dopo magari anche no. Quelle vinte sono le più belle, certo, perché permettono allo scommettitore di credere di avere davvero un intuito speciale e lo spingono ad andare oltre, a piazzarne un’altra. Un’altra scommessa. Già. Ma i talenti, persino quelli dotati del binomio coraggio-fantasia, non sempre poi esplodono, a volte si ritrovano ad avere a che fare con un intoppo fisico, delle scelte sfortunate, proprie o altrui, oppure semplicemente arrivano in ritardo. Il Premio Giuseppe Albertini quest’anno ha deciso di non piazzare scommesse, ma anche di non aspettare il proprio eventuale destinatario, pur vedendo doti qua e doti là. Un anno di pausa – ne siamo sicuri – non gli toglierà valore, anzi potrebbe persino giovargli. Anche perché il prestigio non si basa sulla quantità, bensì sulla qualità degli elementi che si succedono a determinarlo. Elementi e qualità che potrebbero ritrovarsi frenati dalle recenti (ma non nuove) liti di campanile, con forze che qualcuno evita di far convergere. Piuttosto le disperdono, le buttano via, spendendo soldi ed energie in nome della propria bandiera, delle proprie convinzioni. Ma non per forza per il bene dei giovani, checché se ne dica. Se in questo preciso momento storico non ci sono giocatori ticinesi da nazionale, be’, allora qualche limite la struttura potrebbe anche averlo. Giusto spenderci perlomeno una riflessione. Giusto evitare scommesse allora, almeno per quest’anno, anche e proprio per il bene del Premio.

Nella foto: Valon Behrami, uno dei calciatori ai quali in gioventù era stato assegnato il Premio Giuseppe Albertini.