Di Tarcisio Bullo

Ho l’impressione che siamo diventati un popolo di smemorati e autolesionisti, quasi un unicum nel panorama del tifo calcistico internazionale. Abbiamo una Nazionale che si qualifica per la quarta volta consecutiva ad un grande torneo calcistico (concesso: con 24 squadre ammesse su 55 era difficile non centrare l’obiettivo) e che dal 2004 ha mancato solo l’Euro del 2012, ma buona parte di chi la segue ne analizza risultati e prestazioni col bilancino del farmacista, spaccando il capello in quattro per cercare di trovare qualche difetto al gioco e al rendimento della squadra. Come se a questo stadio della competizione – le qualificazioni del Campionato europeo del 2020 – l’obiettivo non fosse stato semplicemente di staccare il biglietto per la fase finale.
Quelli della mia generazione ricordano nitidamente gli anni della Svizzera delle sconfitte onorevoli, che dopo il Mondiale del 1966 ha dovuto attendere il ‘94 per ripresentarsi sulla grande vetrina internazionale. Anni di frustrazione, noi a casa davanti alla televisione, privati della possibilità di prendere parte alla grande festa del calcio. E dopo l’Euro del ‘96 in Inghilterra, per altre tre volte abbiamo dovuto ingoiare un boccone amaro: Francia ‘98, Belgio/Olanda 2000, Giappone/Corea del Sud 2002. Allora sì, ci sarebbe stato motivo di criticare, disapprovare, arrabbiarsi. E successe.
Oggi rimproveriamo alla Nazionale di non essere capace di andare oltre gli ottavi di finale, di non saper regalarci un risultato di grido, prevediamo il futuro, immaginando che, visto il cammino di queste qualificazioni, anche al prossimo Europeo non sapremo fare bella figura. La realtà dice che in quanto appassionati dovremmo prima di tutto essere felici di esserci, all’Europeo, per quanto la nostra presenza renderà alle casse della Federazione: soldi che non finiranno solo nelle tasche dei calciatori, ma contribuiranno a rinforzare la solidità finanziaria che permette poi investimenti indispensabili a livello della formazione per rimanere competitivi. E poi, partecipare alla grande festa continentale del calcio significa coinvolgere emotivamente l’intero Paese, riempire le piazze, garantirsi visibilità e popolarità. Tutto questo dovrebbe suggerirci di gioire per il risultato colto dagli elvetici, guidati da un coach messo in discussione da molti, ma che ci risulta amato dalla maggior parte dei calciatori e, soprattutto, dalle statistiche che parlano per lui.
La domanda di fondo, a questo punto, è perché questa Nazionale non sia amata da tanti, troppi svizzeri. E non susciti un po’ di entusiasmo anche tra molti colleghi che la seguono raccontandone le gesta. A questo punto è probabile che riemerga la questione della sua identità multietnica, che pare lontana da quella francese o olandese, più incline a fondersi in uno spirito patriottico assente in casa rossocrociata, dove si segue l’inno a bocca chiusa e se ce n’è la possibilità si riafferma apertamente la propria vera identità. È evidente che in presenza di un solido rapporto d’amore si perdonano più volentieri errori e distrazioni, ciò che non avviene da noi, dove la squadra nazionale, tecnico compreso, non ha saputo capitalizzare un patrimonio di simpatia, nè dà l’impressione di brillare per capacità di comunicazione. In questo senso, di sicuro non giova nemmeno continuare a dichiarare obiettivi altisonanti senza mai riuscire a raggiungerli: della serie, prenditi un bagno di umiltà e vola basso. Da qui a gettare l’acqua sporca insieme al pupo però ce ne corre: se si vuole una Nazionale vincente non serve a nulla creare polemiche pretestuose e circondarla di scetticismo. Personalmente, non baratterei la nostra lunga serie di presenze a Mondiali ed Europei con una partecipazione estemporanea come quella del Galles ad Euro 2016, sebbene caratterizzata dall’emozione di poter giocarsi una semifinale.