L’iniziativa “200 franchi bastano!” nuoce anche agli appassionati di sport

I promotori la spacciano come una misura di risparmio che permetterà al consumatore, e in particolare alle famiglie, di alleggerire la spesa e aumentare il potere d’acquisto. Ci riferiamo, evidentemente, all’iniziativa “200 franchi bastano!” che voteremo il prossimo 8 marzo.

Il risparmio che promette di migliorare la nostra vita è dell’ordine di 135 franchi annui allo stato attuale delle cose e sarà di 100 franchi annui a partire del 2029, quando il canone che permetterà di seguire la Radiotelevisione svizzera, se l’iniziativa venisse bocciata dal popolo, passerebbe dai 335 franchi attuali ai 300 franchi fissati dal Consiglio Federale.

La domanda che dobbiamo porci è se un risparmio di questa portata – circa 8 franchi al mese per famiglia – giustifica un provvedimento che in definitiva andrà ad indebolire in maniera importante l’offerta del palinsesto della SSR, cancellerà numerosi posti di lavoro, metterà in pericolo la qualità dell’informazione e, visto il ruolo esercitato dalla SSR, rischia di avere anche serie ripercussioni sulla coesione nazionale,  arrecando grave pregiudizio alle regioni periferiche e alle minoranze come quella italofona.

Ripetiamo cose ovvie e già dette: la Svizzera italiana beneficia di una ripartizione del canone in misura decisamente superiore rispetto al numero dei suoi abitanti. Quali benefici avrebbe la nostra regione, Ticino e Grigioni italiano compreso, da una riduzione massiccia delle risorse finanziarie che oggi permettono anche il mantenimento di importanti centri decisionali a Sud delle Alpi? Nessuno! Perderemmo posti di lavoro, competenze e quelle capacità decisionali che negli anni già ci sono state sottratte in maniera ampia attraverso una politica di concentrazione delle risorse al di là del San Gottardo.

Le considerazioni secondo cui i giovani, in particolare, oggi non fruirebbero più dell’offerta radiotelevisiva e sarebbero beneficiari di uno sgravio economico importante; che occorre mettersi al passo coi tempi e comprendere che l’informazione è cambiata, accettando che la stessa sia veicolata nel Paese attraverso piattaforme mediatiche internazionali private, sonoi piuttosto inquietanti, in tempi in cui sono gli algoritmi ad occuparsi dei nostri interessi e l’informazione segue regole dettate dagli scopi commerciali, non rispondendo più a sani criteri di oggettività e ricerca della verità.
Se dobbiamo trarre qualche insegnamento in questo senso, il recente caso di Crans-Montana e dell’informazione spazzatura che in nome dell’audience – dunque delle ricadute economiche destinate a chi l’ha prodotta – è stata gettata in pasto al pubblico, potrebbe essere esemplare.

Noi giornalisti sportivi, appassionati di sport e innamorati dei grandi eventi, non possiamo accettare il rischio di essere privati in futuro del racconto del grande sport attraverso le immagini diffuse in chiaro dalla televisione pubblica. Meno mezzi economici alla SSR, in un periodo in cui avere accesso ai grandi eventi rappresenta di per sé già un problema a causa del rincaro dei costi relativi ai diritti televisivi, esplosi in questi ultimi anni, significherà certamente privare il pubblico dello sport in chiaro.

La tendenza è già in atto, in tutta la sua evidenza: seguire il campionato di calcio nazionale o quello di hockey su ghiaccio comporta un abbonamento a piattaforme che costano ben oltre gli 8 franchi mensili che si risparmierebbero con la riduzione del canone.

Pensiamoci bene: oggi abbiamo la fortuna si poter seguire in chiaro, senza tirar fuori un centesimo oltre il costo del canone, Olimpiadi, Mondiali ed Europei di calcio, le nazionali di calcio e di hockey, la Coppa del mondo di sci, la Formula Uno, il Motomondiale, il tennis, le grandi corse ciclistiche e altro ancora. Se l’iniziativa fosse accolta, oltre a tutte le considerazioni già espresse, alla perdita di posti di lavoro, competenze, credibilità, coesione nazionale e pluralità di opinioni, domani per tutto questo sport che oggi ci viene offerto gratis ci sarà un prezzo da pagare. Come afferma Ruth Metzler, presidente di Swiss Olympic: “Lo sport vive della copertura mediatica. Un indebolimento della SSR significa un indebolimento dello sport”.

Poi, sia chiaro, non stiamo tessendo incondizionatamente le lodi della SSR e della RSI, e dire no all’iniziativa non significa accettare acriticamente tutto quanto viene proposto dalla televisione di stato.